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Trivellazioni petrolifere e rifiuti tossici. E’ allarme rosso in Basilicata

La storia terrificante di come gli interessi sul petrolio abbiano ridotto a colabrodo il territorio della Basilicata, che dal 1921 subisce il martirio delle trivellazioni e l’impatto che queste hanno sul paesaggio e sui suoi cittadini.

Trivellazioni petrolifere e rifiuti tossici: è allarme rosso in BasilicataI dati ufficiali (sito Unmig) riportati nella deliberazione della Corte dei Conti di Basilicata dello scorso Aprile 2014, riguardanti il quadro dei rapporti tra estrazioni di petrolio e gas e processi di colonizzazione della Basilicata da parte delle multinazionali, parlano da soli.

Ad oggi la Basilicata è già una gruviera, con 471 pozzi (in provincia di Potenza 270, in provincia di Matera 201) perforati dal 1921 al 2014.

I pozzi oggi sono 106; in produzione ne sono 39; i non eroganti 57; quelli utilizzati “per altro scopo” (in primis reiniezione dei fanghi) sono 4; quelli “potenzialmente utilizzati” 6.

Nella nostra Regione sono, inoltre, presenti ben 39 centrali di raccolta e trattamento, di cui 27 per trattamento di olio greggio, 12 di gas naturale. La Centrale di Raccolta e trattamento più importante ad oggi è quella di Viggiano in Val d’Agri (il c.d. “COVA”, vale a dire “Centro Oli”), che è in sostanza una centrale di preraffinazione, detta di idrodesolforizzazione, che tratta olio e gas proveniente da 25 po
zzi, prima che gli idrocarburi vengano inviati tramite 136 km di 5 linee di tubi alle raffinerie di Taranto. Se dovessero andare sciaguratamente in porto le richieste di autorizzazione in atto, nella regione verrebbero costruiti almeno altri 3-4 centri di desolforizzazione, dato il carattere “duro” e sporco dell’olio lucano.

Estrarre petrolio e gas non è come usare una cannuccia per bere da un lattina. Il ciclo estrattivo è altamente impattante, sin dal momento della ricerca, con l’uso di linee di cariche esplosive ed agenti chimici.

E’ inquinante nel processo di perforazione, che per raggiungere a volte i 7.000 metri, implica l’uso di scalpelli con uranio impoverito e fluidi tossici perforanti per lubrificare e poi cementare le pareti del pozzo.

Vengono usate oltre 500 sostanze, la maggior parte delle quali tenute segrete dalle compagnie.

Si tratta di fluidi che accompagnano l’intera vita del pozzo, che inquinano per anni o decenni il sottosuolo, il suolo, le falde acquifere, producendo ogni giorno diverse tonnellate di fanghi di lavorazione (“acque di strato”), che devono essere smaltite affrontando costi elevati.

Dal 2001 al 2014 il COVA di Viggiano inietta mediamente, a grande pressione in profondità, usando un pozzo esausto in località Montemurro (“Costa Molina 2”), ben 3.500 metri cubi di schifezze.

Per questo l’Eni è stata costretta a trasportare con autobotti ogni giorno i fanghi di perforazione a Pisticci Scalo, presso la centrale di trattamento “Tecnoparco” spa, il cui amministratore delegato (e presidente di Confindustria) è sotto inchiesta dell’Antimafia insieme ad altri dirigenti, faccendieri, nonché al dirigente di Eni Sud.

Il Basento è terribilmente inquinato, l’Arpab sta terminando le analisi mentre le attività di Tecnoparco legate al ciclo petrolifero sono sospese, le aree dichiarate “no food” in Valbasento si ampliano di fatto, prima che sulla carta. Molti agricoltori e pastori sono costretti a chiudere le proprie attività, in Val d’Agri, in Valbasento, quanto a Corleto, Guardia Perticara, Gorgoglione, prima ancora che vada a pieno regime estrattivo, con ulteriori 60mila barili al giorno che si aggiungono ai circa 90mila estratti in Val d’Agri, il centro della concessione “Tempa Rossa”.

Ai fanghi, al loro ciclo di trattamento, all’inquinamento delle acque del Basento, va aggiunto il grave inquinamento da metalli pesanti ed idrocarburi del lago del Pertusillo (che serve 3 milioni di pugliesi dopo i lucani); vanno aggiunti gli “enigmi dei pozzi collassati” tra gli anni ’80 e ’90, quando a grandi profondità si sono mescolati fanghi chimici, idrocarburi, falde acquifere.

L’Antimafia indaga sulle acque in odore di ecomafia che partono da Viggiano e finiscono nel Basento dopo essere passate per Tecnoparco e il Governatore si guarda bene dal parlarne. Perché dovrebbe parlare dell’agricoltura innaffiata con le acque di scarto petrolifero ‘smaltite in modo non corretto’, come sostiene l’Antimafia? Si tratta di “concentrazioni di radionuclidi nove volte superiore alla quantità presente nell’acqua potabile”, rispetto al limite fissato dall’Unione europea. Stesso discorso “sia pure in misura minore, anche delle concentrazioni gamma”. Queste le risultanze dei rilievi effettuati dall’ARPAB  presso l’impianto di deputazione di Tecnoparco in data 8 ottobre 2014. I campioni oggetto dell’analisi  sono stati prelevati dalle autobotti provenienti dal Centro Olio Val d’Agri (COVA) Eni di Viggiano, “al fine di effettuare uno screening radiometrico come previsto dal cronoprogramma sottoscritto precedentemente tra Regione, Comune di Pisticci, Tecnoparco, Arpab e Sindacati”, nonché “verificare lo stato radiologico dei luoghi e dei reflui provenienti dal COVA di Viggiano, tenendo conto che da fonti bibliografiche risulta che i rifiuti (acque di produzione, fanghi e tubini delle condutture) prodotti da attività estrattive (pozzi petroliferi o estrazione di gas naturale) possono contenere significative concentrazioni di radionuclidi naturali, come effetto delle estrazioni dal sottosuolo anche attraverso il veicolamento delle acque dagli strati profondi. Presso lo stabilimento “Tecnoparco spa”  di Pisticci scalo vengono depurate le acque di lavorazione delle estrazioni petrolifere (circa 1000 metri cubi al giorno), in un contesto che vede l’impianto sprovvisto degli strumenti tecnologici necessari al trattamento delle citate sostanze, come si evince anche dall’Autorizzazione Integrata Ambientale.

Ai pozzi a terra vanno aggiunti gli effetti letali dell’H2S, delle micro particelle volatili, del benzene, di altri prodotti insidiosi ed aggressivi, che in quasi 20 anni di attività estrattive hanno fortemente contribuito a raddoppiare leucemie, malattie cardiorespiratorie e della pelle, tumori.

La Regione che fornisce già circa l’80% degli idrocarburi per contribuire alla bolletta energetica ed al 6% del consumo nazionale (il resto l’Italia deve comprarlo, ben sapendo che se pure si dovessero sfruttare tutte le risorse disponibili in terra ed in mare, il paese potrebbe garantire – dati ASPO – un’autonomia di non oltre 13 mesi!) ha il primato assoluto di essere la più colonizzata. L’incidenza delle attività estrattive riguarda oggi il 35% del territorio regionale. In caso di accoglimento delle numerose istanze di permesso, l’incidenza passerebbe al 65% del territorio!

Nel golfo di Taranto insistono intanto ben 16 istanze di permesso, che prevedono l’utilizzo di tecniche fortemente impattanti già dalla fase dei sondaggi, quali l’”air gun”, ovvero sparare in profondità micidiali cannonate ad aria compressa capaci di disorientare ed uccidere cetacei, branchi di pesci, condizionando la stessa riproduzione ittica ed accelerando i fenomeni di subsidenza.

Mentre il presidente Pittella rivendica come una vittoria l’ennesimo emendamento all’art 38 della legge c.d. “Sblocca Italia” per accelerare le procedure di concessione alle compagnie petrolifere, non dobbiamo dimenticare che dopo 20 anni di estrazioni la Basilicata resta la regione più povera del Sud, con un tasso di disoccupazione ed emigrazione crescente (è proprio la Val d’Agri l’area capofila dell’emigrazione e delle dismissioni delle aziende agricole e zootecniche), la stessa Assomineraria stima l’incidenza delle attività petrolifere sul prodotto interno lordo nazionale per non oltre lo 0,5%, mentre le attività turistiche incidono per il 10,3%.

Mentre la cordata del governatore lucano e delle multinazionali degli idrocarburi procede spedita facendo tesoro dei colpi di fiducia di un parlamento blindato ed ostaggio delle lobbies, che corre verso la cancellazione delle prerogative concorrenti Stato-Regione a partire dalla materia energetica tramite la revisione del Titolo V della Costituzione; con lo Sblocca Italia si corre con la logica di “strategicità, indifferibilità, urgenza”, verso lo strapiombo della cancellazione di ampi spazi di partecipazione e democrazia, negando di fatto il diritto all’autodeterminazione.

Sulla Basilicata pende la minaccia del raddoppio estrattivo deciso nella nuova Strategia Energetica Nazionale (2012), che porterebbe a circa 180 mila barili al giorno il volume dell’estratto.

Ad oggi in Basilicata su terraferma gravano 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione accordate, 18 istanze di ricerca.

In Italia si attendono altre 100 istanze, che potrebbero aumentare grazie alle facilitazioni della Legge “Sblocca Italia”. Di certo la maggior parte di queste istanze riguarderà la nostra Regione. Di recente è in atto una campagna battente capitanata dall’assessore (toscano) all’Ambiente Berlinguer per la creazione di una Basilicata “area a fiscalità differenziata” (zona franca) per gli idrocarburi, con la finalità di incrementare un effetto di “percezione” dei benefici (?) estrattivi.

E’ evidente che di fronte alla cancellazione di ogni diritto di decidere su quale modello di economia e di organizzazione democratica che ci viene imposta dall’alto non sarà possibile attendere a lungo per far valere il diritto alla salute, al reddito, alla ricerca della felicità e del benessere. Perché questi diritti devono essere rivendicati qui ed ora, con chiarezza, con determinazione, con unità, con organizzazione!

 

articolo di Francesco Masi – Coordinamento Nazionale No Triv sez. Basilicata – foto di cislbasilicata

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