Rifugiato. Un’analisi concettuale, storica e politica

Al giorno d’oggi campeggiano oramai da tempo immemore sui giornali, sui muri, per le strade, sulle bocche della gente così come orditi nei discorsi dei politici: i barconi del Mediterraneo, i movimenti di massa, il ‘problema’ dell’immigrazione. La lista potrebbe continuare all’infinito e sempre più spesso si tratta dei deliri di un Occidente fondato su una paura, mista ad un sentimento di colpa, tramutata in odio per lo straniero, che si fonda sull’innalzamento della barricata di una diversità superiore quanto irreale. Una diversità che riguarda concetti come i diritti – che oggi da universali si riscoprono artificiosamente particolari – e che prende le mosse da una preoccupante mancanza di coscienza, sempre di più sintomo di una comprensione che non vuole esserci e che, invece, è oramai in balìa delle trame strategicamente elaborate dal mondo partitico. La questione dei flussi migratori è, infatti, preda di mitizzazioni e mistificazioni che nascondono sotto una fitta coltre di definizioni – basti pensare all’interminabile elenco di termini e concetti quali ‘rifugiato’, ‘richiedente asilo’, ‘sfollato’, ‘migrante economico’, emigrazione/immigrazione, persecuzione, rimpatrio, respingimento, e si potrebbe continuare per un bel po’ – una situazione che è così costretta perennemente nel limbo della confusione teorica e sottoposta a una vera e propria manipolazione e strumentalizzazione politica; ed è per questi e altri motivi che, invece, c’è sempre più il bisogno di orientare gli sforzi verso un’analisi che cerchi di essere il più possibile ‘scientifica’, per quello che vuol dire considerare ambiti e soggetti (la società internazionale e le relazioni tra Stati e individui che la attraversano e fondamentalmente la formano) che fanno riferimento a circostanze che non possono mai essere definite ‘oggettive’ fino in fondo, ma all’interno delle quali partecipano elementi di natura etica e morale.

articolo di redazione Artim Magazine 

 

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