“Non mangiare il peperoncino con la mia bocca “ 

«English, Libyan Arabic, Algerian Arabic, Egyptian arabic, Tunisian arabic, French not very good, Mandigo, Bambara, Wolof, Genian and Fulata. I can speak eleven languages…The story of my journey from Libya to Italy. I started my journey on 26-06-2011 with 180 people on board. It was a terrified journey, it tooks us 3 days to reach Sicily. We got lost. During this 3 days no water no food. On the 29, around 11:30 in the evening, we found ourselves at Lampedusa, finally we’ve got safe. I am almost 5 years in Italy now, I am working as mediator or translator. So I’m always with refugees and migrants. From my experience, we shall help migrants to go schools or to apprentice. So we will help them intergrate in the sistem.»

Amin Suwareh, 30 anni, fuggito dalla Libia, mediatore culturale in Italia.

"Non mangiare il peperoncino con la mia bocca "C’è una trama di fili neri che lega i Paesi poveri ai Paesi ricchi.

C’è il filo nero che lega il ‘negro’ che raccoglie pomodori nei campi italiani, sottopagato e drogato per rendere di più, alla famiglia italiana che mangia quei pomodori a tavola, guardando il Tg, esclamando che l’immigrazione sta rovinando l’Italia.
C’è il filo nero che lega i morti dell’estrazione di metalli in Congo agli smartphone che usiamo per cliccare “mi piace” sulle numerose pagine razziste e xenofobe nate su Facebook.
C’è il filo nero che lega le lacrime della ‘straniera’ picchiata, drogata e costretta a prostituirsi, alle lacrime della donna italiana picchiata dal compagno.
C’è il filo nero che unisce chi sta per annegare al largo di Lampedusa e i turisti che si specchiano nelle stesse acque.
Questa trama di sofferenza e lacrime la tessono le logiche di potere dei Paesi Occidentali.
Ciascuno di noi, con la solidarietà, può afferrare uno di questi fili e percorrere a ritroso la trama, colorandola di giallo, di rosa, di rosso, di verde, di bianco.
Cominciamo da un sorriso in più nei confronti dei numerosi richiedenti asilo che arrivano negli alberghi e nelle comunità campane, in questi nostri paesi piccoli, periferici, in cui ancora resiste il sentimento di solidarietà .

 

AS briganti sito 2Andiamo in Campania, a Benevento, per il primo filo colorato, l’Atletico Brigante, squadra di calcio popolare attiva nel territorio sannita, progetto che ha richiesto impegno e dedizione da parte di tanti e tante che hanno deciso di mettersi in discussione per costruire una squadra di calcio dal basso totalmente autogestita. L’idea di “calcio popolare” alla base di questo progetto si riferisce a un vero e proprio movimento collettivo basato sulla passione, la condivisione e l’aggregazione, un moto spontaneo di ribellione a un sistema calcistico e di potere fondato esclusivamente sul business. Il calcio popolare si pone, quindi, come elemento di rottura di questo desolante contesto, opponendosi vivacemente ai poteri forti e al malaffare. In molte città italiane sono nate realtà che praticano questo sport in maniera gratuita e collettiva, basando ogni attività sull’autogestione e sull’autofinanziamento. L’ASD Atletico Brigante non è perciò una società sportiva tradizionale, ma è priva di una struttura verticistica al proprio interno e tutti, giocatori e sostenitori, hanno le stesse possibilità di partecipare alle iniziative e di definire i percorsi da costruire. L’Atletico Brigante è antirazzista, antifascista, antisessista, odia e combatte con ogni mezzo possibile il razzismo in tutte le sue forme, e proprio nel calcio ha trovato uno di questi mezzi: al di là di ogni discriminazione la squadra è aperta a tutti e tutte senza distinzione di sesso, identità di genere, razza, colore, altezza e religione. Anche i migranti giocano a calcio grazie all’Atletico Brigante: l’idea è che attraverso il calcio, attraverso l’aggregazione e la condivisione si possano abbattere stereotipi e pregiudizi imposti dalla società normalizzata, pregiudizi contro i quali ci si scontra quotidianamente. Animati da tali ideali, i fautori di questo progetto si definiscono così: «Siamo antifascisti, nel senso più ampio del termine perché amiamo la libertà e lottiamo contro le ingiustizie sociali derivanti da questo sistema economico iniquo e oppressore delle classi sociali più deboli; noi abbiamo una visione del mondo che va aldilà dei confini nazionali imposti.»

 

Dove sono i nostri occhi? La Fondazione Rachelina Ambrosini è la voce del silenzio.  Un focus sulla situazione dei bambini nel mondo. Anche di questo ci preoccupiamo. I bambini ci guardano. Dove sono i nostri occhi? Una tragedia quotidiana con circa 25.000 bambini (al di sotto dei 5 anni) che ogni giorno muoiono, nascosti dalla nostra indifferenza. Leggere, conoscere, pensare, agire. Tutti possiamo fare qualcosa. Restare seduti o indignarsi, alzarsi, parlare o volgere lo sguardo altrove. Noi siamo qui.

Ci spostiamo in provincia di Avellino, a Venticano, in provincia di  per il secondo filo colorato: Tommaso Maria Ferri, presidente della Fondazione Umanitaria Rachelina Ambrosini.

Africa 2014 (26). SITO«La carestia sociale», ci dice Tommaso, «è la piaga che oggi affama milioni di persone in un mondo che ha perso ideali di fratellanza, oscurati da una globalizzazione del profitto a vantaggio di alcuni per la disperazione dei tanti. Sono lontani i tempi della fuga di Mosè, dei 10 milioni di europei che migrarono durante la prima e seconda guerra mondiale e scopriamo oggi che 4 milioni di persone, nel solo 2014, sono state costrette a scappare, a trasformarsi in una nuova generazione di profughi che si trascinano in un lutto perenne. In Siria ogni 60 secondi una famiglia è costretta a fuggire, e così in Iraq, Mali, Ciad, Sudan, Nigeria, Myanmar, sottolineando che il 50 per cento dei profughi sono bambini, che vivono con l’orrore negli occhi. Profughi, per lo più famiglie, senza diritti e cittadinanza che la filosofa Hanna Arendt ha definito “la schiuma del mondo”. Quella stessa schiuma che eravamo noi europei agi inizi del secolo scorso, e che continuano a essere i nostri figli, emigranti con laurea, alla ricerca della dignità. Ma chi sono questi disperati che ci ostiniamo a vedere come usurpatori della nostra terra? Sono persone a cui abbiamo rubato la loro identità, in fuga da guerre, da persecuzioni, dalla fame, dalla sete, dalla morte. Ragazzi che, con una colletta, le famiglie provano a salvare da una scadenza vicina che si chiama morte. E Siamo Noi. Si, siamo noi, gli stessi che piangevamo ascoltando canzoni scritte “su bastimenti assai lontani” e che oggi sono quegli invisibili che guardiamo preoccupati solo perché sono neri. E così, siamo sempre noi, che per difendere le nostre conquiste, il nostro incontentabile progresso, costruiamo “in silenzio”, muri in Turchia, Marocco, Bulgaria, Grecia, per difenderci dai disperati ‘invasori’ fino a trasformare il Mediterraneo in una scogliera di sangue. Ma quali sono queste nostre conquiste da difendere? Sono gli attuali valori della nostra carestia: falso perbenismo, ipocrisia, pregiudizio, egoismo…Vigliaccheria! Siamo consapevoli collaboratori di ingiustizia. Lavoriamo per una mondialità con un unico sentimento che si chiama indifferenza. Un’azione di guerra premeditata rivolta a chi ogni giorno rubiamo la speranza. Sfruttiamo per rubare l’aria ai deboli, distruggendo le loro foreste, privatizzando grandi giacimenti d’acqua e foraggiando con le armi i terroristi del male per annientare i missionari del bene con artificiose guerre sante. Così, a poco a poco, la carestia sociale è diventata morale, per arrivare sulle sponde del mare a toccare “la schiuma del mondo” che ci chiede solo la Carità della Vita sulla Terra di Tutti

 

Terzo filo colorato, l’Associzione di volontari “Comunità Accogliente di Mercogliano”.

Comunità Accogliente Mercogliano - Letizia Monaco SITO«Noi volontari di Mercogliano ci siamo accorti che i ragazzi richiedenti asilo, ospitati nelle strutture della zona, erano abbandonati a se stessi. Nessuna rappresentanza politica (non sono portatori di voti) e nessuna integrazione con gli abitanti del paese. A tutto ciò si aggiunge la totale assenza delle istituzioni, negligenti anche sulle esigenze di rispetto delle tradizioni. C’è bisogno di fermarsi e pensare, organizzarsi per l’istruzione, la salute e il benessere di questi ragazzi. Mercogliano ne ospita 106 ed è evidente il disagio e la tristezza diffusi tra loro. Sono in attesa del permesso di soggiorno, un’attesa che riguarda il loro futuro. Ho notato che molti traducono il disagio in disturbi di somatizzazione, per esempio. L’associazione ha cominciato con le lezioni di italiano, un’occasione per stare un po’ insieme, poi siamo passati a lezioni di convivenza civile, diritti, storia e geografia. Molti di loro non sapevano di aver attraversato il mar Mediterraneo, altri invece non sapevano che l’Italia fosse divisa in regioni e province. E’ stato un continuo processo di scambio, loro apprendevano sull’Italia e noi sull’Africa. Dopo la scuola di italiano è partito il cineforum, grazie alla disponibilità del parroco e dei boyscout di Mercogliano, che mettevano a disposizione sedi per i nostri incontri. Purtroppo è tutto lasciato al caso, non c’è governance, si fa tutto per sentito dire e Salvini con le sue opinioni diventa protagonista in tv. La battaglia che adesso stiamo per intraprendere è quella dei CTP, i centri territoriali permanenti per la scuola pomeridiana per migranti, poichè in tutta la provincia di Avelino ce ne sono solo tre. Abbiamo fatto anche un’indagine sulle professionalità presenti tra i migranti: falegname, idraulico, sarto, saldatore; adesso pensiamo di far partire anche un progetto sull’artigianato. Sono molto giovani, entusiasti e non vanno abbandonati.»

Riscrivo queste testimonianze di resistenza al computer, le rileggo, penso a una conclusione per l’articolo, ma più leggo e più penso all’elogio del margine di Gloria Jean Watkins: «Capire la marginalità come luogo di resistenza è cruciale. Il margine non è solo un sogno che esprime disperazione ma il luogo di una possibilità. È nel margine tra vita e desiderio, tra fortuna e povertà che si trova lo spazio, stretto, del sentiero che apre la strada.»

 
Articolo di Raffaella Vigilante – foto di: Tommaso Maria Ferri; Atletico Brigante; Comunità Accogliente di Mercogliano

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