Accoglienza e cittadinanza attiva. La realtà del Naga Onlus
Intervista ad Arianna Foletti

naga La questione dei flussi migratori riguarda principalmente gli Stati e, in particolar modo, le lacune e i vuoti che questi ultimi generano nell’ambito della salvaguardia degli individui e dei diritti umani. In questo senso, nel sistema internazionale si costituisce una vera e propria falla – non solo da un punto di vista giuridico e burocratico, ma soprattutto culturale e sociale –  alla quale si oppone l’azione di una parte della società civile (come nel caso di onlus, ong e associazioni) che tenta di porre un argine “dal basso” soprattutto alle conseguenze del dilagare del fenomeno dei movimenti di massa; e che, nonostante i limiti del “non essere Stato”, cerca di indirizzare il discorso sulle migrazioni in una direzione specifica: quella della tutela e protezione dell’individuo in quanto essere umano. In Italia esistono varie realtà sociali che uniformano le loro azioni secondo questo principio, che operano direttamente con i migranti cercando di arrivare laddove non giunge l’azione dello Stato. Una di queste è il Naga, un’associazione ONLUS che agisce nel territorio di Milano. 

 

L’Associazione di Volontariato “Naga Onlus”, di natura laica e apartitica, si è costituita nel capoluogo lombardo nel 1987 con lo scopo esclusivo, come riportato nello statuto, di perseguire “finalità di solidarietà sociale attraverso la promozione dell’impegno umano e sociale dei cittadini democratici senza alcuna discriminazione su base etnica, religiosa, politica, di orientamento sessuale e di genere, al fine di stimolare attività di carattere socio-assistenziale, della difesa e garanzia dei diritti nei confronti di cittadini e popoli stranieri, rom e sinti”. In base a questo principio, gli oltre 300 volontari che ne fanno parte, garantiscono assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita a cittadini stranieri irregolari e non, a rom, sinti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura e, inoltre, conducono attività di formazione, documentazione e lobbying sulle Istituzioni. Il Naga nasce da un incontro particolare, avvenuto verso la fine degli anni Ottanta nel campo di Triboniano, all’estrema periferia nord-ovest di Milano, tra colui che poi ne diventerà il fondatore, Italo Siena, che in quel periodo agiva come medico nei campi rom dell’hinterland milanese, e un abitante del campo. In quegli anni non esisteva ancora una regolarizzazione dell’immigrazione considerata ‘clandestina’ e gli ‘irregolari’ semplicemente erano relegati nella paradossale condizione di invisibili, fisicamente emarginati in zone periferiche alla vita normale delle città, la cui lontananza – che a sua volta voleva dire assenza di servizi di ogni genere, da quelli igienico-sanitari a quelli sociali e aggregativi –  veniva sancita da un’indifferenza di natura assurdamente burocratica. Da questo momento storico e da questo stato delle cose si avviava, e tuttora continua, l’avventura del Naga. Dall’apertura di un primo piccolo ambulatorio nel 1987, l’associazione si evolve e nel 1989 acquisisce una sede nuova e più estesa che contribuisce a far crescere le attività, così come il numero di volontari che gradualmente si avvicinano al suo obiettivo: “difendere e tutelare i diritti di stranieri e nomadi al di là di qualunque legge che li veda regolari o irregolari, per noi sono semplicemente delle persone di questo mondo”.

 

Nonostante l’opera della onlus milanese riguardi la sfera dei servizi offerti Naga 2 sitodalle istituzioni statali, al Naga ci tengono a sottolineare che si tratta di attività con uno scopo ben preciso. “Noi ci siamo e cerchiamo di tutelare i diritti nel momento in cui l’istituzione, che dovrebbe farlo,è assente”, ci dice Arianna Foletti, volontaria dell’associazione che abbiamo incontrato per una conversazione sull’argomento, “erogando un servizio nel momento in cui il potere pubblico non lo eroga e conducendo parallelamente un’azione politica affinchè poi sia quest’ultimo ad arrivare a occuparsene”. Le attività del Naga sono molteplici, parallele e si integrano tra di loro: Arianna ci spiega che è presente “un ambulatorio medico, esclusivamente per coloro che non hanno il permesso di soggiorno e, quindi, hanno difficoltà ad accedere al servizio pubblico sanitario, al quale è affiancato un servizio di facilitazione all’accesso alle informazioni legali: dai permessi di soggiorno ai ricongiungimenti familiari, dal lavoro ai minori, dalle pratiche di matrimonio alle regolarizzazioni, dalle espulsioni, al decreto flussi e domande d’asilo; infine, una serie di attività parallele: quelle riguardanti la comunicazione, la sensibilizzazione e la divulgazione, le azioni di denuncia”.  Il Naga dispone di un camper di medicina di strada e ha in seguito sviluppato una sede distaccata, dando vita al Centro Naga Har. “Il centro è situato in Via San Colombano a Milano, nella zona vicino Corsico (un comune nella periferia sud-ovest di Milano, ndr), svolge attività giornaliere per richiedenti asilo, rifugiati e vittime di tortura ed è aperto di pomeriggio dalle 14,30 alle 18,30. E’ ad accesso libero e nasce principalmente come luogo di aggregazione. L’attività principale svolta è quella di back office, basata sull’assistenza riguardo alla presentazione della domanda d’asilo, all’iter da seguire e a tutto l’aiuto necessario”.

 

L’azione del Naga, però, vuole essere principalmente sociale e tende a considerare soprattutto l’importanza dell’integrazione. In questo senso, il centro funge innanzitutto da luogo di ri-creazione di relazioni e rapporti sociali, essendo la maggior parte dei suoi frequentatori portatori di esperienze tragiche e condizioni insopportabili, costretti a condurre una vita che ha dovuto subire una cesura dolorosa e profonda con il proprio passato a causa di un pericolo insormontabile. Attraverso attività di reinserimento e aggregazione, come lo sport, la vita del centro tenta di attenuare e ricucire uno strappo psicologico di una tale importanza e gravità. Per questo il Centro Naga Har si è da subito presentato come casa e famiglia allo stesso tempo, un luogo aperto da frequentare liberamente, dove gli individui si incontrano in quanto narratori di storie ed esperienze, e non limitanti etichette; dove prima di cittadini, stranieri, migranti, vengono considerate le persone. “L’idea è comunque quella che la relazione è alla base di tutto”, sottolinea Arianna, “la relazione in sé è terapeutica. Si tratta di individui che vivono un taglio netto con quello che erano, con il loro bagaglio di relazioni, con la loro società e il loro modo di vivere. Dall’oggi al domani il cordone viene tagliato dalla fuga da quello che sei stato fino a quel giorno. A questo punto il recupero della relazione, intesa come rigenerazione di nuovi legami e riconoscimento del proprio bagaglio interrotto, diventa fondamentale, al di là del sostegno psicologico e di quello puramente legale”. Nel Centro Naga Har le relazioni tra persone nascono e si sviluppano indipendentemente dalla condivisione di determinati fattori come la nazionalità o la religione. Il fondamento principale di questo processo è l’importanza e la salvaguardia dell’individuo in quanto essere umano e titolare di determinati diritti, ideale che permea i concetti chiave su cui si basa il pensiero e l’azione dei volontari del Naga. Il fulcro della loro analisi riguarda soprattutto l’imponenza dei flussi migratori degli ultimi anni che, per certi versi, rende difficile ma non impossibile la reale comprensione del fenomeno stesso.

 

Naga sito 4Innanzitutto, è proprio partendo dal bisogno fondamentale di divulgazione e sensibilizzazione riguardo a una tematica sempre attuale, delicata e confusa – basti solo pensare alle ormai centinaia e centinaia di episodi riguardanti le tragedie che si consumano quasi ogni giorno al largo di Lampedusa e alle contrastanti reazioni del mondo politico come dell’opinione pubblica – che si avvia l’azione della onlus milanese. “Rispetto a tutto quello che riguarda la questione degli sbarchi e a come viene gestita, si parla sempre di ‘emergenza’, quando in realtà non lo è”, chiarisce Arianna, “basta fare riferimento alle situazioni di conflitto in Siria, in Libia e ad altri accadimenti nei Peasi del Nord Africa, che sono in evoluzione oramai da anni. Proprio per questo, riguardo alle recenti tragedie nel Mediterraneo, la posizione del Naga è: ce lo aspettavamo, dal momento che le dinamiche dei flussi migratori in questione sono analizzabili attraverso studi e statistiche presenti da decenni e, quindi, alla larga abbastanza prevedibili. E in base a ciò, poi, possono essere affrontate in tutt’altra maniera”. Secondo questo punto di vista, una nazione come l’Italia, che si ritrova automaticamente nella posizione di ‘Stato-ponte’ da un punto di vista geografico, non può esimersi da un’assunzione di responsabilità che, tuttavia, va regolamentata sicuramente in un quadro europeo, che risulta ancora abbastanza indefinito ed equivoco. Il 13 maggio 2015, infatti, l’UE ha approvato l’Agenda europea sulla migrazione che, se da un lato presta relativamente attenzione ai vari appelli di svariati organismi tra cui ONG, associazioni, ma anche istituzioni nazionali e sovranazionali, dall’altro persevera nella direzione della sicurezza prima di tutto. Soprattutto in riferimento alla lotta agli smuggler, i trafficanti di uomini, e al problema delle tratte disumane, da quest’ultimi ordite, che insanguinano il Mediterraneo con le vite di migliaia e migliaia di migranti in fuga da guerre e persecuzioni, la proposta di alcuni governi europei – tra cui quello italiano – è stata di intensificare il monitoraggio delle frontiere e affrontare, in ultima istanza, anche militarmente la questione dei tristemente famosi “barconi”. “Si tratta di una presa di posizione fondamentalmente politica”, ci dice Arianna, “ancora una volta ritorna il problema dell’ ‘emergenza’, al quale gli Stati decidono di rispondere in modo puramente automatico, agendo da ‘tappabuchi’ invece di organizzare un’agenda più ragionata e concretamente produttiva di effetti”.

 


Il problema vero, in pratica, è alla base e riguarda direttamente la comprensione di un fenomeno come quello delle migrazioni, cui fa da controparte la confusione generata da un discorso strategicamente politico. “All’oggi la maggior parte dei movimenti di massa via mare proviene dalle zone di conflitto che interessano il Medio Oriente, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq, la Nigeria o il subcontinente indiano – pensiamo ad esempio al Pakistan – ma molti di più sono coloro che arrivano via terra oppure atterrano negli aeroporti con un visto turistico. I secondi, giornalisticamente parlando, ‘non fanno notizia’ rispetto ai primi, quindi poi sta a ognuno di noi voler approfondire seriamente la questione. I flussi migratori non sono un’emergenza, bensì un fenomeno strutturale e la migrazione è naturalmente congenita all’essere umano e alla società umana”. Esploso nella sua enorme drammaticità soprattutto nell’ultimo decennio, il problema dei movimenti di massa ci pone di fronte a una situazione paradossale: il mondo sembra essere diviso in due parti da una linea netta e da un lato ci sono i fortunati, quelli che riescono a godere a pieno dei propri diritti, tra i quali la fondamentale libertà di muoversi, mentre dall’altro ci sono i rieietti, coloro che sono costretti a fuggire a causa di situazioni imputabili sempre e comunque alla condotta degli Stati, e che sono relegati nel limbo dell’irregolarità proprio perchè portatori di una colpa che, in fondo, è costituita dal fatto di essersi trovati dalla parte sbagliata. “Se l’uomo è libero, allora ogni individuo ha l’opportunità anche di spostarsi in base ai propri interessi e alle proprie volontà in qualsiasi parte del mondo e così come decide liberamente di muoversi, ad esempio, l’italiano che preferisce studiare negli USA perché lo ritiene più adatto alle proprie ambizioni, allo stesso modo altre persone, per altri motivi, dovrebbero poter fare lo stesso, senza cadere per questo nell’illegalità”.

 

Inoltre, non bisogna dimenticare uno dei lati forse più oscuri del discorso in questione, ovvero che le politiche migratorie spesso e volentieri sono viziate già in partenza da elementi fortemente contrastanti tra di loro. “Oltre al fatto che l’azione di ‘tappabuchi’ è più sostenibile da un punto di vista economico, ancora più significativo è il fatto che l’Unione Europea spesso continui a intrattenere rapporti di cooperazione con gli Stati responsabili della fuga di massa di individui, che nella maggior parte dei casi sono retti da governi corrotti e dittatoriali. A questo punto, per affrontare realmente tutti questi argomenti, è necessario adottare una linea politica diversa ed è la direzione in cui spinge il Naga, assieme a tante altre associazioni che agiscono nello stesso ambito. E’ importante volgere lo sguardo alle persone, alle loro storie e alle loro esperienze e in conseguenza di ciò assumere la giusta condotta e gli interventi necessari”.

 

La stessa strumentalizzazione politica riguarda anche le categorie e le etichette che caratterizzano il discorso sui flussi migratori. Definizioni come ‘rifugiato’, ‘richieNaga 3 sitodente asilo’, ‘sfollato’ si configurano come concetti forgiati ad hoc all’interno del dibattito politico, tanto è vero che non fanno riferimento a condizioni oggettive, ma gravitano nello spazio dello Stato che le utilizza in relazione ai propri interessi e alle particolari contingenze storiche. “Il ‘rifugiato’ secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 è: «Colui che, temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese: oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra». Un ‘richiedente asilo’ non è ancora un rifugiato, ma è un individuo che, dopo aver abbandonato il proprio paese, chiede protezione internazionale al Paese ospitante. Fino a quando non viene presa una decisione definitiva dalle autorità competenti dello Stato al quale viene chiesto asilo (in Italia prima era la “Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato”, ora trasformata in “Commissione nazionale per il diritto di asilo”), il richiedente ha il diritto di soggiornare fino al completamento dell’iter”.

 

Proprio questa irregolarità è particolarmente densa di significati se rapportata all’influenza che esercita sull’immaginario dell’opinione pubblica. Prima di tutto, il termine ‘irregolare’, utilizzato in questo ambito, cela un artificio di natura giuridica: “Nel momento in cui un individuo entra nel territorio italiano per vie non legali – quindi, senza un documento che ne attesti l’identità o con un visto emesso dalle ambasciate italiane presenti nel suo Paese di provenienza – viene dichiarato ‘irregolare’ dalle autorità; di conseguenza viene identificato e segnalato dalla polizia di frontiera e successivamente può decidere se presentare domanda d’asilo – richiedendola anche semplicemente a voce -, dopodiché viene avviato l’iter mediante il quale viene dimostrata la sussistenza dello status di perseguitato e viene richiesta la protezione allo Stato ospitante. In seguito, è compito della Commissione Territoriale stabilire se effettivamente esiste il diritto alla protezione o meno”. L’effetto che questo meccanismo provoca nell’opinione pubblica è la conseguente equiparazione dei concetti di ‘irregolarità’ e ‘illegalità’ e, ancora peggio, un accanimento nei confronti di chi, in fuga da un pericolo considerato mortale, si ritrova paradossalmente a essere percepito proprio come una minaccia e un peso. E questo vale soprattutto dal punto di vista dell’onere economico che comporta la responsabilità dell’accoglienza. “Il binomio ‘irregolare-illegale’ è sicuramente da sfatare, a maggior ragione perché secondo il sistema vigente è lo Stato che ha il dovere di regolarizzare la permanenza di persone sul proprio territorio. La questione dell’accoglienza, poi, è strettamente collegata: durante l’iter burocratico per la richiesta dell’asilo, che può durare anche più di un anno, il richiedente ha la possibilità di accedere a un programma di accoglienza che prevede vitto, alloggio, un pocket money e che, a seconda del progetto in cui verrà inserito, può includere determinati programmi di integrazione come, ad esempio, l’inserimento lavorativo. E’ importante considerare che tutto ciò è previsto per legge e in base a specifici trattati e convenzioni internazionali che vedono l’Italia tra gli Stati firmatari”.

 

A questo punto della conversazione, ci risultano abbastanza chiari i presupposti sui quali dovrebbe basarsi ogni discussione riguardante argomenti come i diritti umani nell’ambito dei movimenti di massa e le possibili interpretazioni e soluzioni che possono essere pensate in riferimento a un fenomeno che è destinato a durare sicuramente ancora per molto. Se da una parte risulta difficile, se non impossibile, agire al livello degli Stati, principali fautori di un sistema all’interno del quale è possibile ritrovare allo stesso tempo le cause e, probabilmente con la volontà necessaria, le soluzioni a una problematica di questo livello, allora, dall’altra non rimane che sostenere l’azione di quella parte della società civile che, come il Naga e tante altre associazioni, cerca senza posa di riportare sempre al centro della questione quello che veramente conta: l’individuo e la sua vita.  

Qual è la via migliore creare un muro o benessere per tutti?


Articolo di redazione Artim Magazine – intervista ad Arianna Foletti – foto di Naga Onlus

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